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Ladakh - Il piccolo Tibet indiano


Cammello della Nubra Valley

Dopo due anni di restrizioni legate alla pandemia da Covid19, ecco che il mondo torna ad essere vasto e infinito, non più limitato dai confini comunali, regionali o statali. Così, Io e Noemi decidiamo di aprire l’atlante dei nostri desideri e di sbirciare al di fuori dell’Europa, alla ricerca di qualche meta particolare, unica. Ci cade l’occhio sull’India.


Tu dirai: è una meta molto ambita e frequentata, che cosa avrà mai di così singolare e sconosciuto? È vero, è sicuramente una meta molto gettonata da chi fa meditazione o da chi vuole conoscere una cultura completamente diversa da quella europea. Nella mia testa, però, risuonava chiaro un nome: Ladakh.


Negli anni in cui ho lavorato in agenzia di viaggi, talvolta mi sono imbattuta in itinerari o webinar dedicati a questa area; l’ho sempre percepita come una destinazione di nicchia, sicuramente molto lontana dallo sfarzo, dal divario sociale e dal caos del Triangolo d’Oro del Rajasthan.


Corriamo così ad acquistare due biglietti per Delhi per inizio novembre da Elena e Simonetta della Pangea Viaggi, le mie ex-titolari, le mie maestre. Incominciamo piano piano a buttare le basi del nostro viaggio: che l’avventura abbia inizio!


In viaggio verso il Pangong Tso

La nostra avventura è iniziata con un lungo volo fino a Delhi, ma non ci siamo fermate lì. Dopo un'ora e mezza di coda alla dogana per farci apporre il timbro del visto, abbiamo raccolto da terra le nostre case a due spallacci, che nell'attesa erano state scaraventate a terra e calpestate da decine di passeggeri e ci siamo fiondate fuori dall'aeroporto (T3) alla ricerca della navetta diretta al Terminal 1.


Chi è già stato in Asia, saprà di certo che non appena si varca l'uscita, si viene assaliti da una moltitudine di uomini urlanti "taxi!". I più si spacciano per veri taxisti e cercano a tutti i costi di intortarti con mille scuse per farti salire su un'automobile di un loro collaboratore, guadagnando così qualche spicciolo.

Noi li ignoriamo e attendiamo la navetta insieme a due signore molto gentili, madre e figlia, che nel frattempo ci danno due dritte su come muoversi in India e, vedendo che siamo due giovani ragazze che viaggiano in solitaria, ci consigliano di evitare alcune zone della città.


Arriva il bus, ovviamente tutto scassato. Saliamo e ci accomodiamo nei primi posti liberi. Siamo pochi a bordo, ma fuori pare essere l'orario di punta, benché siano le 4 di notte. L'autobus parte e corre velocissimo superando macchine e motorini. Ben presto, però, arriva una curva a gomito e l'autista la prende a una velocità folle. Svoltato l'angolo - direi su due ruote - ecco una postazione della polizia aeroportuale. Il guidatore pare essersene completamente dimenticato, seppur sia parte della sua routine. Inchioda bruscamente, anche per evitare il bus che arriva alla nostra sinistra. Il motore si ingolfa proprio davanti alla sbarra del posto di blocco. Cerca di riavviarlo a più riprese, ma nulla, non dà segni di vita. Io e Noemi ci guardiamo sconfortate: 20 minuti di tragitto saranno solo un sogno.

Prova e riprova. Al quinto tentativo il motore riparte timidamente. Ci rimettiamo in viaggio, carichiamo altri passeggeri e imbocchiamo una strada dritta: ce la possiamo fare! Peccato che sia piena di dossi e ogni volta che siamo sul punto di superarne uno, l'autobus si spegne. Il loop diventa: cinque tentativi di riavvio e duecento metri di autonomia. Ti risparmio il tratto in salita, ma ce l'abbiamo fatta ed eccoci alle partenze del Terminal 1.


Dopo aver imbarcato gli zaini, facciamo i controlli di routine e andiamo agli imbarchi: Leh ci aspetta!



LEH

L'aeroporto di Leh è molto piccolo, spartano, c'è un solo nastro bagagli. Ovunque le porte sono aperte ed è un continuo passaggio di persone. L'uscita è presidiata da un militare, seduto grossolanamente con un fucile in braccio, che di tanto in tanto mette in riga la massa.


Dopo aver fatto il tampone - siamo state scelte "a campione" tra la folla - usciamo e ci dirigiamo al primo ATM per prelevare una piccola somma per far fronte alle prime spese. Scopriamo che non funziona e lì intorno non c'è assolutamente un chioschetto di cambio valuta o un altro sportello. Anche quello dell'aeroporto di Delhi era a corto di contanti: la fortuna non pare essere dalla nostra parte.

Ci dirigiamo dai taxi e imploriamo un ragazzo di portarci al primo ATM sulla strada, così da prelevare qualche rupia. Ahinoi, nessuno dei 4 provati funziona. Iniziamo a preoccuparci. Giunti a destinazione lo paghiamo in euro e lui ci dà il resto in rupie. Inizia così la caccia allo sportello funzionante, che si rivelerà essere della Jammu&Kashmir Bank (J&K Bank), a due passi dal centro.


Una volta esserci tolte questa preoccupazione che ci ha assillato per un paio d'ore, torniamo nella nostra camera, la 104, del Sia-La Guesthouse e ci buttiamo sul letto per recuperare qualche ora di sonno.


Al risveglio ci dirigiamo in centro e iniziamo a scorrazzare per le vie di Leh. La capitale del Ladakh, in realtà, non è una megalopoli, pare invece essere fatta su misura d'uomo. Ci si orienta facilmente, il centro è adornato da milioni di bandiere tibetane colorate e tutto è ordinato. Per le vie si vedono molte donne sedute a terra intente a pesare e a chiudere in sacchetti trasparenti mandorle e albicocche secche coltivate nelle zone limitrofe.


Decidiamo di dedicare il resto della giornata a passeggiare per le vie del centro, in modo da non stancarci ulteriormente e acclimatarci al meglio. Entriamo nei diversi negozi e iniziamo ad annotarci i souvenir da portare a casa. Di tanto in tanto tutte le luci della città si spengono: qui è un susseguirsi di blackout. Per noi è motivo di stupore, mentre per gli abitanti di Leh è pura normalità.


Prima di rintanarci sotto le coperte, andiamo a mangiare un bel piatto di Momo fumanti al Chimath Tibetan Kitchen, un piccolo ristorante del centro delizioso e pulito.


Rientrate alla guesthouse scopriamo che la camera ha il riscaldamento: che meraviglia! Questo dettaglio non è né da sottovalutare né tantomeno scontato. Le case ne sono sprovviste, ci si scalda con piccoli falò, maglie pesanti e bevendo acqua calda. Il nostro termosifone è rudimentale, ma toglie un po' di freddo dalle ossa. Quando il riscaldamento è attivo, dal rubinetto esce anche un po' di acqua calda, che raccogliamo in un secchio per fare la doccia.


 

Il secondo giorno è quello dedicato alla scoperta della città. Dopo una colazione a base di uova e chapati piccante ci mettiamo in cammino.


Novembre non è periodo di alta stagione, anzi, molte strutture ricettive sono chiuse e i cani randagi vanno alla ricerca di miseri avanzi. Per la strada oltre a loro ci sono mucche, vitellini e talvolta asini.

In cima al pendio che sovrasta il centro si erge il Leh Palace, il palazzo che fino alla metà dell'Ottocento circa fu la residenza ufficiale della famiglia reale. Venne costruito nel XVII secolo ed è a tutti gli effetti uno dei simboli del Ladakh. È composto da 9 piani e merita assolutamente la visita. Da lassù si può ammirare la città e il mondo che la circonda.

Ci rendiamo conto di essere in un ambiente unico: Leh, infatti, si trova a 3.500 metri d'altitudine ed è posta in una sorta di deserto d'alta quota. Tutta l'area è molto arida, polverosa; montagne altissime la incoronano; le vette ricoperte da neve e ghiacciai entrano in contrasto con la sabbia e i detriti tipici del fondovalle. Se si guarda attentamente il mondo circostante, non è difficile immaginare l'azione dei ghiacciai e il loro andamento.


Torniamo ad inerpicarci su per i pendii, raggiungiamo una vetta piena di bandiere tibetane colorate e ci dirigiamo verso il Tsemo Fort, che al suo interno custodisce un santuario buddhista. Purtroppo lo troviamo chiuso, così scendiamo verso il centro passando tra le strette vie della parte storica. Qui le case sono fatte con mattoni crudi, di fango. Non danno la sensazione di essere robuste, anzi molto precarie. I tetti hanno uno strato in paglia, proprio come si usava in passato nelle vallate alpine cuneesi.


Passiamo di fianco a piccoli stupa bianchi circondati dalle ruote di preghiera e in breve ci ritroviamo di fronte alla moschea, nel cuore di Leh. La voce del muezzin inizia a echeggiare, trasportata dal vento. Qui buddhisti e mussulmani sembrano convivere in armonia, seppur sia un'area piuttosto delicata, ma di questo avremo modo di parlarne più avanti.


Torniamo a mangiare al Chimath Tibetan Kitchen, dove incontriamo Matteo, un ragazzo italiano in vacanza in India, che decide di unirsi a noi per il viaggio nella Nubra Valley.



NUBRA VALLEY


Il freddo di novembre scalfisce i nostri volti, da ore siamo rinchiusi in un concessionario Toyota poco fuori dal centro città insieme al nostro autista. L'officina e le macchine al suo interno sono ricoperte da escrementi di piccioni e il bagno è una stanza degli orrori: la puzza che emana quel posto fa venire i conati di vomito. Le uniche parole che ci vengono rivolte dal driver a seguito delle nostre sollecitazioni e domande sono "yes" e "one minute". La pazienza inizia a svanire, così ci adoperiamo per cercare un nuovo autista.


Fortunatamente arriva in nostro soccorso Juma, un ragazzo originario della Nubra Valley che parla un ottimo inglese. Ci racconta essere una guida alpina: porta spedizioni sulle vette più alte della regione fino a 7.000 metri d'altitudine, ma nel periodo di bassa stagione lavora come driver. Saliamo in macchina e finalmente la giornata assume nuove brillanti sfumature.


Lasciamo il traffico del centro e iniziamo a inerpicarci sui pendii delle montagne seguendo una strada ben asfaltata, ma tortuosa. I parapetti sono quasi inesistenti ed essendo la guida a sinistra, siamo perennemente dalla parte del baratro. Juma, però, è molto premuroso: non appena il fondo della strada si ricopre di neve e ghiaccio, rallenta e con una guida attenta e sicura ci conduce fino ai 5.602 metri d'altitudine del Kardung-La, il valico carrozzabile più alto del mondo.


Dopo aver mostrato il permesso di accesso alla Nubra Valley che abbiamo acquistato a Leh, inizia la lunga discesa verso Diskit, la nostra prima meta. Giù dai dirupi, a lato della strada, si vedono carcasse di auto e pullmini abbandonate dopo incidenti, uno spettacolo macabro che mette in allerta i viaggiatori e li invita a guidare con premura. Qua e là si iniziano a vedere grandi furgoni militari andare in direzione di Leh.


Il paesaggio è in costante cambiamento e ogni scorcio ci fa rimanere a bocca aperta. Quando arriviamo nel cuore della Nubra Valley, esplodo di felicità. Il fiume scorre lento, ai suoi lati ci sono distese di sabbia, tutto intorno montagne immense. I ghiacciai brillano in lontananza riflettendo la luce del sole.

La Nubra Valley confina con il Pakistan, il Tibet e la Cina ed è inserita nel Karakoram Range. Di qui passa la celeberrima Via della Seta (Silk Road), che in estate viene percorsa da una miriade di escursionisti e cicloturisti.


Ci dirigiamo verso il Diskit Gompa, caratterizzato da un monastero bianco che si inerpica sulle pendici della montagna e un'enorme statua del Buddha. Il panorama da qui è impagabile.


Il sole sta calando e il freddo inizia a farsi sentire così scendiamo verso il fiume per ammirare i meravigliosi cammelli autoctoni prima che faccia buio. Juma ci spiega che spesso i padroni li lasciano allo stato brado e al capo branco mettono una campanella, cosicché gli altri esemplari lo seguano. Distinguere femmina da maschio è molto semplice: nelle prime le due gobbe cadono da un lato.


Risaliamo in auto e raggiungiamo la guesthouse di Hunder che ci ospiterà per due notti. Questa zona d'estate è una distesa di campi tendati di tutti i livelli di comfort.

I proprietari della struttura ci ospitano a casa loro per un'ottima cena a base di pietanze tradizionali, poi ci rinchiudiamo in camera. Per tutta la notte ci terranno compagnia "simpatici" topolini attirati dal calore della stufa a kerosene e dalle briciole e le noccioline lasciate dagli ospiti precedenti sotto ai letti. Anche questo aspetto fa parte dell'avventura!


 

Dopo una colazione sostanziosa carichiamo gli zaini in macchina e ci dirigiamo verso Panamik. In realtà, la meta del giorno sarebbe dovuta essere Turtuk, un piccolo villaggio abitato da una piccola comunità Balti, originaria del Baltistan, in Pakistan. Parlando con Juma, però, abbiamo deciso di fare qualcosa di più particolare, di più affine al nostro modo di viaggiare, così ha proposto di andare fino al limite estremo del ramo opposto rispetto a quello di Hunder e Turtuk.


Per farti capire meglio, devi immaginarti la Nubra Valley come una "Y", in alto all'estrema sinistra si trova Turtuk e lì scorre il fiume Shyok; all'estrema destra, invece, c'è Panamik e lì troviamo il fiume Nubra. Il punto di congiunzione delle due vallate è all'incirca all'altezza di Diskit.


Oltre a Panamik noi occidentali non possiamo andare. In quest'area sono stanziate tantissime unità militari, anche Hunder ci sono enormi campi base. Si tratta di un'area completamente militarizzata dalla Siachen Indian Army, che prende il nome dal ghiacciaio che sancisce il confine tra India e Pakistan, teatro di sparatorie e conflitti.


Noi continuiamo sulla nostra strada, attraversiamo numerosi villaggi rurali, spianate immense e raggiungiamo le Hot Springs di Panamik, un luogo frequentato solamente dalla popolazione locale. Ci godiamo l'acqua calda che sgorga dal terreno circondati da maestose montagne, poi ci rimettiamo in auto pronti per una breve escursione.


Juma ci lascia ai piedi di un piccolo massiccio nel bel mezzo del deserto, incastonato tra le rocce c'è un lago sacro. Prima di lasciarci il nostro driver si raccomanda di fare due giri in senso orario intorno al bacino, annuiamo e ci mettiamo in cammino. Decidiamo di non seguire il sentiero per le sue sponde, ma di puntare alle guglie che lo sovrastano per goderci lo spettacolo dei ghiacciai in lontananza. All'orizzonte, dietro alle bianche vette, si nascondono il K12, il K2 e Il Gasherbrum. Che spettacolo della natura!


Ritorniamo da Juma, che ha una sorpresa per noi: tutti in auto, si parte!


Arriviamo davanti ad un cancello, Juma scende, lo apre e parcheggia vicino ad un'abitazione. All'uscio ci sono ad attenderci due signori anziani, i suoi genitori. Non parlano inglese, ma l'accoglienza è speciale, calorosa. Entriamo e ci fanno accomodare sui materassi, poi la mamma ci serve il té caldo speziato - una bontà - un dolce tipico e le mele dell'albero che hanno in giardino. La cucina è ricca di suppellettili che vengono usati nei giorni di festa e hanno anche due meravigliose zangole che utilizzano per fare il burro. La signora, infine, ci serve una scodella con un pezzo di carne di capra in brodo.

Juma ci spiega che qui c'è un'economia di sussistenza: tutto ciò che si mangia o che si usa per costruire le case, arriva dal proprio orto o dall'ambiente circostante. Le trave del tetto sono ricavate dagli alberi piantati in giardino; il latte usato per fare il burro o il té è quello delle due mucche che pascolano nell'ampio recinto e così via. Si vive di poche cose semplici e sane.


Dopo questo bellissimo incontro ci rimettiamo in viaggio e facciamo una breve sosta ad un monastero buddhista, dove vengono educati i piccoli monaci. A sei anni i bambini possono entrare nei monasteri e diventare monaci, è una scelta permanente, che cambia loro completamente la vita. Juma ci confida che è una scelta presa liberamente dai bambini, ma noi fatichiamo a immaginarcelo.


È interessante notare come il 70% della popolazione della Nubra Valley sia mussulmana. Sembra un dato falso, poiché ovunque si vedono stupa e monasteri buddisti, quasi mai moschee, eppure è così. Anche i genitori di Juma appartengono a due religioni diverse: la mamma è buddista, il papà mussulmano.


Ultima tappa tra le dune del deserto, poi si torna dai nostri amici topolini!


 

La sveglia suona prestissimo, il freddo è a dir poco pungente, ma è giunto il momento di salutare la famiglia che ci ha ospitati e soprattutto la gattina che nella notte ha cacciato e divorato i topi nella nostra stanza. Ci aspetta un viaggio di 250 chilometri verso un altro spettacolo della natura.


Per la maggior parte del tempo costeggiamo il fiume; all'inizio viaggiamo su una strada comoda, perfettamente asfaltata, poi man mano che ci inoltriamo in un'area completamente disabitata, diventa sterrata. Alcuni tratti sono spaventosi: super esposti, sotto a pareti instabili. Juma schiaccia sull'acceleratore per togliersi il prima possibile da quei luoghi insidiosi: un distacco di rocce e massi potrebbe colpirci da un momento all'altro.


Ritorniamo alla civiltà e subito ci fermiamo ad un posto di blocco dove ci controllano i permessi e i passaporti. È tutto a posto, possiamo ripartire. Se già a Hunder siamo stati sorpresi dal numero di militari, qui è proprio impressionante. Chilometri e chilometri di campi base - come li definiscono loro - dove uomini di tutte le età fanno esercitazioni ogni giorno, in attesa di essere mandati sul fronte a difendere la frontiera.


Più volte a settimana interi contingenti partono con enormi autocarri militari e vanno a Leh a far provviste. Quest'area è molto povera e spesso latte e uova scarseggiano, così gli abitanti dei villaggi vanno ad acquistarli direttamente dall'esercito. Non solo, vendono anche coperte, maglie termiche, sacchi a pelo e molto altro.


C'è un dato che fa riflettere: il 65% dei militari indiani è stanziato in Ladakh, un numero enorme. Questo non è il fronte più caldo, è il Kashmir ad essere una "zona rossa". Più ci avviciniamo al confine con la Cina, più gli stanziamenti sono massicci. Incontriamo spesso una costola speciale dell'esercito, la BRO (Border Roads Organisation) si occupa del rifacimento delle strade.


Man mano che la quota aumenta, iniziamo a vedere le prime tende dei nomadi tibetani. Intorno pascolano le capre cashmere e gli yak. Ci fermiamo a scattare qualche foto e a sgranchirci le gambe, poi proseguiamo.


La strada sterrata ci conduce finalmente ai 4.200 metri d'altitudine del Pangong Tso, un lago enorme che per un terzo si estende in India e per i restanti due in Cina. Questo posto incantevole è divenuto famoso grazie al film bollywoodiano"3 Idiots" (2009). La temperatura è di circa -15°C - percepita direi -20°C. Il vento è forte e tagliente, così decidiamo di rinchiuderci nel piccolo ristorante per mangiare qualcosa di caldo.


Ci rimettiamo in marcia e raggiungiamo il Chang-La, un passo a 5.300 metri d'altitudine. Foto di rito tra la neve e il ghiaccio, poi giù, si torna a Leh!


Viaggiando si ha tempo per guardare fuori dal finestrino e lasciare che pensieri e riflessioni si susseguano ed è proprio rimettendo in ordine i momenti appena trascorsi, che mi chiedo come sia possibile, in un momento reputato di pace, vivere come se si stesse aspettando da un momento all'altro lo scoppio di una guerra. Per chi è nato e cresciuto lì fa parte del quotidiano, è normale, ma per me è fuori da ogni logica.


Rieccoci a Sia-La Guesthouse, domani ci prendiamo una pausa per i souvenir e poi il giorno successivo andremo a scoprire una nuova valle.



MARKHA VALLEY

L'ultima giornata in Ladakh la vogliamo vivere al massimo, andando a scoprire nuovi angoli lontani dal trambusto cittadino. Fuori dal cancello d'ingresso della guesthouse c'è Juma ad attenderci, carichiamo gli zaini e si parte!


La prima meta è la Magnetic Hill. Un luogo prettamente turistico, che a dir la verità a me e a Noemi interessa poco, ma di cui Juma e i ladakhi people vanno assolutamente fieri. Si tratta di un fenomeno particolare: si parcheggia la macchina in centro alla strada, la si mette in folle, si tolgono mani e piedi dai freni e lei per magia si muove in avanti da sola.


Dopo l'esperimento, ci dirigiamo verso un luogo molto caratteristico: la confluenza tra l'Indo e lo Zanskar. L'incontro tra i due diversi fiumi dà vita a una colorazione unica. Quest'area è il paradiso di chi ama fare rafting, canoa o kayak.


Prima di addentrarci nella Markha Valley facciamo una tappa al tempio Sikh lungo la strada, voluto dai militari. Indossato il velo in testa, entriamo in questa struttura che da fuori è piuttosto anonima. Ci togliamo le scarpe e visitiamo la sala principale. Ci sono spade ovunque, ritratti e luci dai colori sgargianti. Un ambiente piuttosto particolare, molto lontano dall'idea classica del tempio religioso. Uscendo ci viene offerto da un giovane militare del té caldo speziato, davvero molto gustoso.


Ci rimettiamo in viaggio e risaliamo la Markha Valley. Man mano che ci avviciniamo alla nostra meta, la strada si fa più stretta, transita in una sorta di canyon caratterizzato da singolari conformazioni che ci ricordano i Ciuciu di Villar San Costanzo (Cuneo) o le Demoiselles Coiffées nei pressi del Lago di Serre-Ponçon (FR).


Il villaggio di Rumbak è molto piccolo, si trova a oltre 3.900 metri d'altitudine ed è un punto di passaggio importante nei trekking a lunga percorrenza. Alcune famiglie vivono qui tutto l'anno, anche quando cadono metri di neve. A inizio novembre è deserta, si odono solo i rumori della natura.

Juma si ferma a parlare con le anziane signore del paese, a cui ha portato dei viveri, mentre noi ci incamminiamo. La meta che ci eravamo prefissate è parecchio lontana e il tempo a nostra disposizione è ormai molto ristretto. Decidiamo quindi di prendercela con comodo e andare fino a dove le gambe e soprattutto i polmoni ci consentono di arrivare - la quota qui si fa subito sentire!


Il primo pezzo è una lastra di ghiaccio, poi diventa un sentiero roccioso ben battuto. La valle è maestosa, le rocce sono tutte colorate e in lontananza svettano fieri i ghiacciai. La bellezza di questa vallata è a dir poco disarmante!


Lungo il sentiero incontriamo un folto gruppo di coturnici, le seguiamo e in cima a un promontorio ecco apparire sull'altro versante della montagna gruppi di stambecchi, da una parte le femmine con i piccoli e dall'altra i maschi.


Ci troviamo nell'Hemis National Park, in quest'area è possibile avvistare il celeberrimo ghepardo delle nevi. Noi ovviamente non lo abbiamo visto neanche con la coda degli occhi, ma sicuramente lui era lì a vagavare tra la neve e il ghiaccio in cerca della propria preda.


Ci riempiamo ancora gli occhi di bellezza, poi scendiamo nuovamente a Rumbak. Coccoliamo i due vitellini e salutiamo la signora seduta fuori dalla sua abitazione. Saliamo in auto e torniamo a Leh.


Domani lasceremo questo strepitoso angolo di mondo. Julley, Ladakh!



DEHLI

Delhi è puro caos;

è bellezze architettoniche;

è inquinamento, anche sonoro;

è storia;

è divario sociale;

è un mondo sé stante.


Dopo una settimana tra le montagne e il silenzio non ero pronta a sperimentare questa realtà e forse, per come sono fatta io, non riuscirò mai ad apprezzarla a pieno, però merita prendere un tuk-tuk e toccare i punti salienti della città. Immancabile il Lodhi Garden e la Humayun's Tomb, che ha ispirato il Taj Mahal.


New Delhi più ordinata e innovativa è diametralmente opposta all'Old Delhi, che ho vissuto come un pugno nello stomaco: una fiumana immensa di gente che mi spostava senza che muovessi neanche un piede e mi soffocava.


C'è chi ama le grandi città e va in India alla ricerca del proprio Io tra i vicoli affollati di Agra, Varanasi o chissà quale altra megalopoli. Io ho cercato me stessa tra le montagne più sconosciute, tra il silenzio e la solitudine, così rare nelle grandi città indiane.


Un viaggio incredibile, una boccata d'ossigeno dopo due anni di pandemia e mille cambiamenti. Grazie India, Julley Ladakh!



INFORMAZIONI UTILI

VISTO

PERIODO MIGLIORE

VOLI E BUROCRAZIA ALL'ARRIVO

VALUTA

ABBIGLIAMENTO

ALTITUDINE

CONNESSIONE E LINEA TELEFONICA











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